Gandhi (1982)

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Gandhi è un film del 1982 diretto da Richard Attenborugh che ripercorre la storia politica e umana di Mohandas Karamchand Gandhi, leader del movimento nazionalista indiano nella prima metà del XX secolo e padre dell’indipendenza indiana.

La pellicola abbraccia un arco temporale di più di cinquant’anni, partendo da quando, sul finire del XIX secolo, un giovane Gandhi viene cacciato dalla prima classe di un treno in Sud Africa a causa del colore della sua pelle fino a giungere al suo assassinio nel 1948, pochi mesi dopo la fine del dominio britannico sul subcontinente indiano.

Il film ripercorre a grandi linee la vita del Mahatma, soffermandosi sui momenti salienti della lotta per l’indipendenza indiana: dalle campagne contro le leggi discriminatorie nei confronti degli immigrati indiani in Sud Africa alla drammatica divisione dell’India britannica in India e Pakistan.

In mezzo ai molti eventi epocali raccontati ve n’è uno apparentemente minore ma che rappresenta alla perfezione sia la genialità politica di Gandhi che la sua grandezza come uomo e che passa attraverso un processo.

Siamo nel 1921, il Partito del Congresso Indiano ha appena dichiarato conclusa la prima campagna di non cooperazione con i britannici dove milioni di indiani si sono rifiutati pacificamente di obbedire agli inglesi, portando l’amministrazione coloniale alla paralisi, quando Gandhi, ispiratore della campagna, viene arrestato e portato in giudizio con l’accusa di sedizione.

Nel film la scena del processo inizia con l’arringa del pubblico ministero che espone al giudice, un azzimato gentiluomo inglese, i motivi per i quali condannare Gandhi per aver orchestrato la campagna di non cooperazione. Una volta terminata l’arringa dell’accusa il giudice passa la parola a Gandhi, chiedendogli se, essendo un avvocato, intendesse difendersi da solo.

L’imputato risponde che non ha intenzione di difendersi perché si ritiene colpevole di tutte le accuse mossegli e chiede quindi al giudice di condannarlo al massimo della pena prevista per il reato di cui veniva accusato.

Nell’attitudine di Gandhi nei confronti del processo, processo condotto dagli inglesi e secondo le regole inglesi, si può leggere tutta la sua ideologia politica.

Gandhi ritiene che il processo nel quale è imputato sia perfettamente legale ma allo stesso tempo ingiusto, in quanto condotto da chi detiene un potere immorale poiché frutto della sopraffazione. Sulla base di questa premessa decide quindi di non accettare le regole del gioco processuale, anche quelle che sarebbero a suo vantaggio come la possibilità di difendersi, e accetta quindi la condanna senza riconoscere la validità – morale più che giuridica – del procedimento.

In questo semplice meccanismo sta tutta l’abilità politica di Gandhi che non riconoscendo la legittimità morale della dominazione inglese si discosta da quanto avevano fatto gli indipendentisti indiani che lo avevano preceduto e che avevano sempre cercato un compromesso con gli inglesi basato sulle regole dettate dagli inglesi stessi. D’altro canto, come viene detto anche nel film, i leader del Partito del Congresso Indiano prima dell’avvento di Gandhi erano in maggioranza avvocati che avevano studiato a Londra e che provenivano dalle grandi città indiane, troppo ideologicamente vicini ai dominatori per riuscire ad organizzare un’opposizione efficace.

Gandhi spezza questo meccanismo, chiede ai suoi connazionali di isolare le strutture di potere britanniche in India, fa togliere ai suoi compagni di partito i vestiti e le cravatte inglesi e li fa vestire con semplici vestiti prodotti in India, incoraggia tutti a dedicare parte della loro giornata alla filatura del cotone indiano, si riavvicina alla spiritualità tradizionale, facendo storcere il naso a non pochi membri della secolarizzata classe dirigente indiana.

In questo quadro si pone anche il rifiuto dell’autorità morale del processo condotto dai dominatori, anche a scapito della propria libertà.

A questa innovazione politica che passa anche attraverso il processo Gandhi affianca un’altra sua intuizione dirompente: la pratica della non violenza.

Nel corso della Storia e sino ai giorni nostri in molti hanno negato l’autorità di un sistema che non riconoscevano per poi affidarsi alla violenza per affrancarsi dalla loro sottomissione.

Gandhi invece propone di porre fine al controllo degli inglesi recuperando una pratica vecchia come l’India stessa, quella della non violenza; allo stesso tempo una astutissima trovata politica e un’ulteriore prova della grandezza morale del Mahatma, ammesso che i due profili possano essere separati in una personalità del genere.

Secondo il ragionamento di Gandhi gli inglesi erano pochi e detenevano un potere illegittimo mentre gli indiani erano molti e stavano combattendo la giusta battaglia per la loro indipendenza. Non vi era quindi necessità né sarebbe stato giusto combattere violentemente gli inglesi; per porre fine al loro dominio sarebbe stato sufficiente non attenersi ai loro ordini, senza commettere alcuna violenza.

Di tutto ciò troviamo traccia anche nella scena del processo descritta prima: Gandhi viene condannato a sei anni di carcere per sedizione e, nonostante gli sarebbe bastato un cenno per far sollevare milioni di indiani contro la sua condanna, si sottomette mitemente all’ingiustizia, rendendo quest’ultima ancora più macroscopica anche agli occhi degli inglesi.

Attraverso il processo prende quindi forma la Satyagraha, la “insistenza sulla verità”, succo della politica gandhiana e che si basa su due principi: Satya, “verità”: l’incontrovertibile ingiustizia del dominio inglese in India, e Ahimsa, “non violenza”, come metodo per porre fine a tale ingiustizia.

Purtroppo, nonostante queste idee e le azioni che le seguirono abbiano condotto il popolo indiano all’indipendenza, oggi del sogno di Gandhi di un’India diversa, vera portatrice della Satyagraha, non rimane molto se non due stati aggressivi e bellicosi in continuo contrasto tra di loro.

Ciò che rimane è il ricordo e l’insegnamento di una figura straordinaria della Storia, fedelmente riprodotta nel film qui raccontato che ne porta il nome: Gandhi.

 

Amanda Knox (2016)

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Amanda Knox è un documentario del 2016 prodotto da Netflix e diretto dai registi statunitensi Rod Blackhurst e Brian McGinn sul celeberrimo caso di cronaca relativo all’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher consumatosi a Perugia nella notte tra l’1 e il 2 novembre 2007 e del conseguente processo a carico di Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

Il documentario ruota attorno alle interviste di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, nonché del dott. Giuliano Mignini (pubblico ministero a cui fu attribuito il caso) e Nick Pisa (giornalista freelance che fu tra i primi a scriverne con articoli pubblicati soprattutto sul tabloid britannico Daily Mail), corredate da filmati, immagini e audio originali estrapolati dagli atti del processo.

Il processo si è concluso con la sentenza n. 36080 della Corte di Cassazione (Cassazione Penale, Sez. V, ud. 27 marzo 2015, dep. 7 settembre 2015, Presidente Marasca, Relatore Bruno) con la quale gli imputati sono stati assolti in via definitiva, essendo stata annullata senza rinvio la sentenza di condanna resa dalla Corte d’Assise di Appello di Firenze.

Quello celebrato a Firenze è stato il processo di appello “bis” nei confronti dei due imputati dopo che, il 25 marzo 2013, la prima sezione della Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio la prima sentenza di appello ordinando che si procedesse a una nuova valutazione dei fatti.

In precedenza, alla statuizione di colpevolezza di Amanda Knox e Raffaele Sollecito in primo grado, ha fatto seguito una pronuncia assolutoria della Corte d’assise d’appello di Perugia, in esito ad articolata integrazione probatoria.

La decisione de quo è molto interessante sia per le conclusioni in merito ai fatti che possono ritenersi accertati all’esito del processo, sia – e soprattutto – per i principi di diritto in base ai quali la medesima corte è pervenuta a tali conclusioni.

In particolare, la Suprema Corte riconosce come dato processuale di incontrovertibile valenza l’assoluta mancanza, nella stanza dell’omicidio o sul corpo della vittima, di tracce biologiche con certezza riferibili ai due imputati, laddove, invece, sono state rinvenute copiose tracce sicuramente imputabili a Rudy Guede, giudicato separatamente e condannato in via definitiva per omicidio in concorso con altre persone non identificate a 16 anni di reclusione.

Inoltre, sul coltello sequestrato nell’abitazione di Raffaele Sollecito, presunta arma del delitto, sono state rinvenute tracce biologiche della Knox (e non del Sollecito), ma non tracce di sangue, mancanza che non può essere riferita ad azione di accurata pulizia.

D’altra parte, configurano dati conclamati tanto la presenza di Amanda Knox, la notte dell’omicidio, nell’abitazione che fu teatro del delitto, seppure in altra stanza (ciò alla stregua delle sue stesse ammissioni, contenute anche nel memoriale a sua firma, nella parte in cui riferisce che, trovandosi in cucina, dopo che Meridith Kercher e altra persona si erano appartati nella stanza della stessa Amanda per un rapporto sessuale, aveva sentito un urlo straziante dell’amica, al punto lacerante ed insostenibile da lasciarsi scivolare, accovacciata a terra, tenendo ben strette le mani alle orecchie per non sentire altro), quanto le accuse calunniose ai danni di Patrick Lumumba, soggetto di colore come Rudy Guede.

Ad avviso dei giudici di legittimità, inoltre, resta forte il sospetto che anche Raffaele Sollecito fosse presente sulla scena del delitto, la notte tra l’1 e il 2 novembre 2007.

Sennonché, ad avviso della Corte di Cassazione, l’intrinseca contraddittorietà degli elementi probatori inficia in nuce il tessuto connettivo della pronuncia della Corte d’Assise d’Appello di Firenze, comportandone l’annullamento.

La Suprema Corte giunge a tali conclusioni sulla scorta di considerazioni in diritto sul tema del procedimento probatorio ed in specie sulla prova scientifica, che meritano di essere evidenziate.

Premette la Quinta Sezione che il processo penale è, costituzionalmente, proteso all’accertamento della verità materiale, anche attraverso una progressione cognitiva, che, emendata da possibili errores in procedendo o in iudicando, medio tempore intervenuti, pervenga al fine suo ultimo, in termini di approssimazione quanto più possibile a quell’obiettivo, rendendo alla collettività un risultato comunemente inteso “verità processuale”, ossia verità processualmente accertata (rectius, quella che è stato possibile accertare con gli ordinari strumenti gnoseologici ed inferenziali di cui dispone il giudicante). Il tutto, nell’ineludibile rispetto delle forme di rito, che rappresentano, pacificamente, massima espressione di civiltà giuridica e prestigioso distillato di un secolare processo di maturazione del sapere scientifico, tipico della cultura giuridica italiana.

E quando si verte in tema di processo squisitamente indiziario – in mancanza di prova diretta, di affidabili apporti tecno-scientifici o di pertinenti e utilizzabili contributi dichiarativi – tanto più la verità processuale, disancorata dalla realtà effettuale e fenomenica, finisce con l’essere mera fictio iuris, stante la limitatezza e ordinaria opinabilità degli strumenti di umana conoscenza, affidati, comunemente, ad un processo ricostruttivo e rielaborativo a posteriori. Sicchè, è proprio in simili evenienze che il rispetto delle forme è quanto più necessario, rappresentando indefettibile parametro – obiettivo e privilegiato – del collaudo di correttezza e congruità del percorso cognitivo del giudice nel problematico approccio alla verità materiale.

Sicché, in tema di prova scientifica, un risultato può essere ritenuto attendibile solo ove sia controllato dal giudice, quantomeno con riferimento all’attendibilità soggettiva di chi lo sostenga, alla scientificità del metodo adoperato, al margine di errore più o meno accettabile ed all’obiettiva valenza ed attendibilità del risultato conseguito. Insomma, secondo un metodo di approccio critico non dissimile, concettualmente, da quello richiesto per l’apprezzamento delle prove ordinarie, al fine di esaltare, quanto più possibile, il grado di affidabilità della “verità processuale” o – se si preferisce – ridurre a margini ragionevoli l’ineludibile scarto tra verità processuale e verità sostanziale.

La verità scientifica, comunque elaborata, non può essere, automaticamente, trasferita nel processo per tramutarsi, eo ipso, in verità processuale. Come si è già detto, la prova scientifica ha come ineludibile postulato la verifica affinché le relative risultanze possano assumere rilevanza ed ambire al rango di “certezza”; giacché, altrimenti, restano prive di affidabilità. Ma, indipendentemente dal rilievo scientifico, un dato non verificato, proprio perché privo dei necessari connotati della precisione e gravità, non può conseguire, in ambito processuale, neppure la valenza di indizio.

Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012)

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Diaz – Don’t Clean Up This Blood è un film del 2012 diretto dal regista Daniele Vicari ed incentrato sui fatti del G8 di Genova.

In particolare, la pellicola racconta l’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz-Pertini, nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, che è stata definita “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (tag-line del film tratta da una citazione attribuita ad Amnesty International).

Per tale episodio, dopo tre anni di indagini condotte dalla Procura di Genova furono rinviate a giudizio ventotto persone, tra cui funzionari, quadri e agenti delle forze dell’ordine, per i reati di calunnia, abuso d’ufficio e lesioni semplici e aggravate.

Il 13 novembre 2008, il Tribunale condannò, tra gli altri, dodici imputati a pene comprese tra i due e i quattro anni di reclusione, nonché al risarcimento in solido con il Ministero dell’Interno delle spese e dei danni alle parti civili.

I reati contestati si sono prescritti prima della decisione d’appello. Pertanto, Il 31 luglio 2010 la Corte d’Appello riformò parzialmente la sentenza di primo grado, dichiarando l’improcedibilità dei reati e confermando il risarcimento danni . Il 2 ottobre 2012, la Corte di cassazione confermò in sostanza la sentenza di grado.

Sull’episodio si è pronunciata anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo su ricorso del sig. Arnaldo Cestaro (Corte Edu, Quarta Sezione, sentenza Cestaro c. Italia del 7 aprile 2015, ricorso n. 6884/11), la quale ha ricostruito la vicenda in questi termini.

Il ventisettesimo summit del G8 si è svolto a Genova dal 19 al 21 luglio 2001. Alcune organizzazioni non governative avevano costituito un gruppo denominato “Genoa Social Forum” per organizzare nel contempo a Genova un summit altro-mondista.

Le autorità italiane avevano predisposto un consistente apparato di sicurezza. Tuttavia, nel corso delle giornate del 20 e 21 luglio si verificarono in tutta la città numerosi incidenti, scontri con le forze dell’ordine, saccheggi, atti di vandalismo e devastazioni. Numerose centinaia di manifestanti e di membri delle forze dell’ordine furono feriti o rimasero intossicati dai gas lacrimogeni. Interi quartieri della città di Genova furono devastati.

Il Comune di Genova aveva messo a disposizione dei manifestanti la scuola Diaz-Pertini come luogo di pernottamento. Il 20 e il 21 luglio, alcuni residenti del quartiere segnalarono alle forze dell’ordine che dei giovani, vestiti di nero, erano entrati nella scuola. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, verso mezzanotte, un’unità della polizia antisommossa fece ingresso nell’edificio al fine di procedere a una perquisizione.

Il sig. Cestaro, che all’epoca dei fatti aveva 62 anni, in quel momento si trovava nella scuola. All’arrivo della polizia, si sedette con le spalle al muro e alzò le braccia in aria. Fu colpito più volte e tali colpi gli causarono fratture multiple, con serie conseguenze fisiche.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha sottolineato che – secondo la Corte di cassazione – le violenze della scuola Diaz-Pertini furono perpetrate “a fine punitivo, a fine di rappresaglia, diretto a provocare l’umiliazione e la sofferenza fisica e morale delle vittime” e che le stesse potevano essere qualificate come “tortura” ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

In particolare, è emerso che il sig. Cestaro fu aggredito dagli agenti con calci e colpi di manganello di tipo “tonfa”, che fu colpito a più riprese in più parti del corpo, che i colpi ricevuti gli causarono fratture multiple e che ciò gli causò un’invalidità permanente del braccio destro e della gamba destra. Senza contare la paura e l’angoscia provati al momento dei fatti.

La Corte di Strasburgo ha osservato parimenti l’assenza di qualsiasi nesso di causalità tra la condotta del sig. Cestaro e l’utilizzo della forza da parte degli agenti di polizia al momento dell’intervento. Le violenze furono quindi inflitti in modo totalmente gratuito.

Per quanto concerne le indagini svolte delle autorità italiane, la Corte ha sottolineato che i poliziotti che aggredirono il sig. Cestaro nella scuola Diaz-Pertini non furono mai identificati, né tantomeno indagati, e sono quindi rimasti impuniti. Al riguardo, poi, i giudici di Strasburgo hanno rilevato che la mancata identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti discende in parte dalla obiettiva difficoltà della Procura di procedere ad identificazioni certe, ma anche dalla mancata cooperazione della polizia, la quale ha potuto rifiutare impunemente di prestare alle autorità competenti la cooperazione necessaria all’individuazione degli agenti potenzialmente coinvolti nelle violenze.

Inoltre, al termine del procedimento penale nessuno fu condannato per le violenze ai danni, segnatamente, del sig. Cestaro, dal momento che i reati di lesioni semplici e aggravate sono cadute in prescrizione.

L’art. 3 CEDU, rubricato “Proibizione della tortura”, stabilisce  che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Alla luce delle suesposte considerazioni, la Corte ha ritenuto che le violenze subite dal sig. Cestaro in occasione dell’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini devono essere qualificati come “tortura” ai sensi della norma succitata.

Per di più, i giudici di Strasburgo hanno reputato la risposta delle autorità italiane non adeguata alla gravità dei fatti e, quindi, incompatibile con gli obblighi procedurali che derivano dall’articolo 3 CEDU. La legislazione penale italiana, così come applicata nel caso di specie, si è rivelata, da un lato, inadeguata rispetto all’esigenza di sanzionare i suddetti atti di tortura e, dall’altro, priva di effetto dissuasivo per impedire, in futuro, altre violazioni analoghe.

In conclusione, dunque, la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che vi è stata una violazione dell’articolo 3 CEDU, sotto un profilo sostanziale, a causa delle violenze subite dal sig. Cestaro, che devono essere qualificati come “tortura”, e, sotto un profilo procedurale, a causa di una legislazione penale interna non adeguata all’esigenza di sanzionare atti di tortura e priva di effetto dissuasivo per prevenire efficacemente la loro reiterazione.